Prosecco addio: chiamateci solo Valdobbiadene Conegliano Docg

«I consumatori di prodotti agricoli vogliono sicurezze, se percepiscono confusione di allontanano». A parlare sulle pagine di Montebelluna Week e trevisosettegiorni.it delle scorse settimane, dichiarazioni ora finite alla ribalta nazionale per un caso che promette di avere numerose ripercussioni, è il Gran Maestro della Confraternita di Valdobbiadene, nonché contitolare della prestigiosa Cantina Col Vetoraz di Santo Stefano di Valdobbiadene, l’enologo Loris Dall’Acqua. Il primo a lanciare la campagna contro il nome conosciuto in  tutto il mondo era stato già nello scorso mese di marzo Emanuele Pollador. Il tema «Colline del Valdobbiadene e Conegliano patrimonio Unesco» è sulla bocca di tutti nella zona storica del prosecco; «pardon» del Valdobbiadene Docg. Eh sì, perché proprio il nome Prosecco (da tempo a dirla tutta) sta diventando sempre più ingombrante, per non dire fastidioso, tra coloro che coltivano o producono le «eroiche» colline valdobbiadenesi.

Dall’Acqua e il ripudio del nome

«Dopo gli errori commessi nel recente passato – sottolinea Dall’Acqua – è necessario oggi abbandonare il nome Prosecco, proprio per non ingenerare confusione tra i consumatori. Anche al nostro interno ci sono molte cose da rivedere – aggiunge secco l’enologo -. Nel cda del Consorzio di Tutela devono sedere persone che minimo producano il 51% di Docg, oggi troviamo produttori che ne fanno il 10-15%».
Basti pensare semplicemente alla differenza dei costi di produzione: si va dalle 40 ore lavorative a ettaro nei vigneti di pianura supermeccanizzati del Padovano, alle 900 ore di alcune aree delle impervie colline del Cartizze e del Valdobbiadenese.

Una “rivoluzione” rumorosa

Via il nome Prosecco avanti il Valdobbiadene Docg. Una rivoluzione che richiederà tempo ma che alla lunga potrà dare grosse soddisfazioni, sulla scia del «Terroir» di ispirazione francese nell’area dello Champagne.
«E’ un po’ alla base delle intenzioni del Progetto Rive, del Consorzio, ma mi pare troppo prematuro – sottolinea Loris Dall’Acqua -. Ora non bisogna disperdere energie in questo momento, prima di tutto occorre distinguere il Valdobbiadene Docg, poi penseremo al Grand Cru. E’ bene avere fondamenta solide prima di costruire un tetto».
Le Colline Unesco possono diventare un volano: «E’ un processo che va gestito bene – avverte il Gran Maestro della Confraternita Valdobbiadene -. Le persone possono valorizzare o rovinare il giocattolo. Se si cominciano a vedere immagini di vigneti a San Donà di Piave nelle comunicazioni ufficiali le confusioni di cui si parlava prima vengono alimentate. E’ il territorio, con la sua bellezza (e solo nella fascia Pedemontana), a essere patrimonio dell’Umanità, non il prodotto. Non penso che si riuscirà ad avere lo stesso ritorno avuto nelle Langhe con il riconoscimento Unesco, dove in due anni i flussi turistici sono aumentati da 250mila a un milione e 200mila, non avendo prodotti come Barolo, Barbaresco, tartufo bianco e nocciole. Se dovesse accadere qualcosa di simile non saremmo neppure in grado di gestire un successo del genere. Speriamo che le assicurazioni di Zaia su permessi e deroghe speciali si traducano in realtà, visto che giustamente ha sottolineato che non saranno consentite mega strutture alberghiere. Ci sono tanti casolari abbandonati che potrebbero essere trasformati, ma attualmente non avrebbero le condizioni di legge per essere utilizzati».
Valter Agostinetto, della cantina Rivalivei, a Saccol, uno tra le centinaia di produttori del Valdobbiadene Docg, nutre perplessità: «Occorrerà vedere quali saranno i vincoli che ci saranno imposti, anche se credo che dalle Colline Unesco potrà nascere un’ulteriore valorizzazione del nostro territorio, prima di tutto in termini di tutela».

La posizione di Col Vetoraz

“Rinunciare definitivamente al termine prosecco prediligendo invece “Valdobbiadene DOCG” per applicarlo a tutti gli strumenti commerciali, come packaging o etichette, e a tutte le azioni di comunicazione sia tradizionale che digitale. Una scelta coraggiosa, pienamente consapevole pur se non facile, che Col Vetoraz persegue a partire dalla vendemmia 2017. Con un obiettivo chiaro e significativo; rimarcare il valore della propria identità territoriale e diffondere un messaggio chiave che, ora più che mai, diventa necessario far arrivare al pubblico di consumatori italiano ma anche estero. ‘Noi produciamo ciò che siamo – affermano in casa Col Vetoraz – e in ogni calice di spumante si trovano tutte le nostre radici, di una terra che ci ha visto nascere ed evolvere’. Oggi la parola prosecco è diventata generalizzante, col rischio reale di banalizzare e cancellare la secolare storia e vocazione delle colline di Valdobbiadene e Conegliano. L’azione intrapresa da Col Vetoraz parte proprio da questo concetto, a difesa di un’identità territoriale unica e non confondibile, costruita in anni di lavoro scrupoloso e appassionato, di ascolto e adattamento ai cicli naturali puntando all’eccellenza che oggi è il fiore all’occhiello di questa realtà di Santo Stefano di Valdobbiadene. Le colline che si estendono tra Valdobbiadene e Conegliano, da più di ottocento anni ospitano la coltivazione della vite. La storia di un vino, soprattutto se di origine antica, è intimamente legata non solo alla terra che lo produce, ma anche agli uomini e alle donne che con esso sono cresciuti. Terra, clima, vino, costumi, tradizioni: in tutto questo sta il vero significato di “terroir”. Nel corso dei secoli queste colline sono state aggraziate dal lavoro modellante dell’uomo, che ha saputo disegnare la tessitura di un paesaggio incantato. Da questa terra eletta, oggi Patrimonio UNESCO, originano vini gentili, veri signori del benvenuto, complici di indimenticabili momenti di condivisione e interpreti perfetti della natura intrinseca del Valdobbiadene DOCG. Solo rispettando l’integrità originaria infatti si possono mantenere gli equilibri naturali, l’armonia e l’eleganza che sono la chiave della piacevolezza degli spumanti di Col Vetoraz.

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La posizione del Consorzio DOCG Conegliano Valdobbiadene:

Il Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG sta seguendo il dibattito animato da alcuni produttori circa il nome Prosecco. Secondo un’opinione che sta circolando nella denominazione e sta trovando spazio nei media, sia locali sia nazionali, il nome Prosecco potrebbe essere considerato ormai superato a favore dell’indicazione della località che esprime il territorio d’origine, nella fattispecie Valdobbiadene. Va sottolineato che a oggi il disciplinare prevede la possibilità di riportare in etichetta anche solo il nome della località senza la parola Prosecco (ad esempio Valdobbiadene Docg oppure Conegliano Docg oppure Conegliano Valdobbiadene Docg). Il Consorzio di Tutela ha commissionato al Cirve un’indagine sull’etichettatura delle bottiglie di Conegliano Valdobbiadene: il risultato dell’indagine mostra che il 92% riporta in etichetta il termine Prosecco Superiore, oltre al luogo di origine. Eventuali modifiche del disciplinare prevedono un iter normato dalla legge, normativa europea-italiana, che richiede un ampio consenso dei produttori e l’approvazione del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali e del Turismo e della Commissione Europea. Vale la pena però ricordare che nel 2009, quando si mise ordine al mondo Prosecco con la distinzione di DOC e DOCG, tutti i produttori procedevano insieme, mossi dall’idea condivisa di tutelare il nome Prosecco, di garantire una trasparenza del mercato e qualità del prodotto a favore anche del nostro territorio. In particolare, si voleva disinnescare la minaccia di produttori italiani e stranieri che avrebbero coltivato il vitigno altrove e prodotto il Prosecco in tutto il territorio nazionale e anche all’estero.
Questi obiettivi sono stati raggiunti ampiamente e il successo derivato da queste scelte è stato un successo di tutti e di cui tutta la denominazione sta godendo. Basti pensare che nel 2009 si producevano poco più di 50 milioni di bottiglie e oggi se ne producono poco più di 90 milioni (fonte C.I.R.V.E. Conegliano, 2019 – Valoritalia, 2019).
Il lavoro del Consorzio però non è terminato con il successo commerciale e burocratico di tutela di un marchio ma procede spedito oggi con la valorizzazione della qualità del prodotto e la diffusione tra i consumatori italiani e stranieri della conoscenza del suo territorio d’origine, le colline tra Conegliano e Valdobbiadene oggi insignite del riconoscimento UNESCO.

La posizione del Consorzio Prosecco Doc:

“La Denominazione Conegliano – Valdobbiadene Docg ha tutto il diritto di decidere del proprio nome, ovviamente anche di rinunciare al termine Prosecco. Quel che trovo inspiegabile è che nel fare questo passaggio tenda a denigrare il lavoro degli altri, della Prosecco doc in particolare, che invece ha lavorato con impegno e -dati alla mano – ne ha sostenuto lo sviluppo. La produzione Conegliano Valdobbiadene Docg è infatti passata dai 60 milioni del 2009 agli oltre 90 milioni di bottiglie attuali. Quindi la crescita della Doc in questi 10 anni, ha favorito anche la Docg sia in termini di volume che di valore”. Sono parole di Stefano Zanette, presidente del Consorzio di tutela del Prosecco Doc, dopo la diffusione della nota stampa con cui un’azienda vinicola di Valdobbiadene ha spiegato le ragioni per cui dalla sua etichetta, dal packaging e dalla comunicazione commerciale, tradizionale e via web, è stata tolta la dicitura “Prosecco”. Zanette risponde anche alla Confraternita di Valdobbiadene che, nelle scorse settimane, aveva avviato una petizione fra i produttori della Docg attraverso la quale chiedere lo scorporo della “Conegliano Valdobbiadene Docg” dal “sistema Prosecco”. Per il presidente della Doc tale posizione avrebbe potuto essere assunta “anche 10 anni fa, con maggior coerenza. In ogni caso uscire in modo così polemico sembra un’ accusa a chi invece ha lavorato con impegno per il bene comune, di tutto il sistema Prosecco”. Approfitto anche per rispondere all’appello del presidente del Veneto Luca Zaia – conclude Zanette – confermando quanto il Decreto del 2009 abbia portato solo vantaggi al territorio. Di ciò va dato merito alla volontà di tutta la filiera e soprattutto all’allora Ministro Zaia che con il suo provvedimento ha favorito la valorizzazione del nostro territorio, la tutela del nostro Prosecco e la possibilità di far meglio conoscere e apprezzare entrambi in tutto il mondo.

Il commento del Governatore Zaia:

“Togliere la parola ‘Prosecco’ dalle etichette – dice – è una partita che riguarda i produttori. Ovviamente dovrà essere modificato il disciplinare. Personalmente penso che togliere repentinamente il nome dalle etichette farà spostare gli acquirenti, soprattutto all’estero, su quelli che hanno il nome. L’ appello ai Consorzi è che si facciano sentire, perché rappresentano i produttori. E’ inaccettabile sentir dire che con il decreto del 2009 il Prosecco ci ha rimesso”.