Da Valdobbiadene si apre il fronte interno contro il Prosecco. Non contro il vino, per intenderci, e nemmeno contro i prodotti utilizzati per la sua coltivazione, bensì contro la sua stessa denominazione. Parafrasando una delle canzoni più famose della cantante proveniente proprio da queste terre, Donatella Rettore, quel che si chiede è «Chiamateci soltanto Valdobbiadene Docg Spumante». Uno dei capofila di questa protesta è Emanuele Follador, dell’Azienda Agricola La Casa Vecchia e Bed&Breakfast di Santo Stefano di Valdobbiadene. Un’azienda che produce un migliaio di ettolitri l’anno, tra frizzante, brut, extra dry, Cartizze e un metodo classico 36 mesi in bottiglia. La battaglia di Emanuele perché venga ben distinto il Valdobbiadene Docg dal Prosecco parte praticamente dagli albori, cioè da quel 2009 che è data epocale per il vino prodotto sulle colline di Valdobbiadene e Conegliano, cioè da quando viene riconosciuto il Docg, la 44esima Docg italiana. In sostanza, il Prosecco Doc prodotto a Valdobbiadene e Conegliano diventa Docg. Poi viene dato il via libera alla produzione in ben altre 9 province, 5 venete e 4 friulane per la produzione del Prosecco Doc.

La recente Fiera di San Gregorio di Valdobbiadene, e i discorsi dal palco d’onore delle varie personalità, tra cui il governatore Luca Zaia, è stata motivo di ulteriori discussioni e polemiche.

«A tutti coloro che organizzano eventi sul territorio del Conegliano Valdobbiadene Docg Spumante – ha scritto Emanuele Follador sulla pagina Facebook «Valdobbiadene Spumante» da lui stesso creata per portare avanti le istanze sue e di tanti altri suoi colleghi -. Prima di mettere un microfono in bocca ad una persona, educatela! Qui si produce il Valdobbiadene Docg, queste sono le colline del Valdobbiadene Docg e qui si beve il Valdobbiadene Docg! È inutile lavorare tanto per poi fare queste promozioni del territorio!».

E come dargli torto quando, visitando il Valdobbiadene, si osservano le colline in cui viene prodotto, impervie al punto da essere definite «eroiche», in cui si lavora forzatamente a mano il vigneto. Per contro il Prosecco, definito in senso esteso, viene prodotto in grandissima quantità in pianura e, spesso, esclusivamente, con i macchinari.

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«E’ un vino – ci dice Emanuele Follador – prodotto in piano, completamente meccanizzato, niente a che vedere con lo storico prosecco Doc di Valdobbiadene di collina, prodotto a mano, vendemmiato a mano e che oggi, appunto, si chiama Valdobbiadene Docg».

 

Emanuele Follador
Emanuele Follador dell’azienda agricola La Casa Vecchia

Ma non è rischioso, data la sua popolarità mondiale, abbandonare il nome prosecco?

«Il rischio di perdere la parola prosecco – risponde Emanuele – è molto piccolo, avendolo inventato noi. Mantenerlo vuol dire adeguarsi, vorrebbe dire paragonare il nostro prodotto a quello commerciale di pianura, cosa che non è. I consumatori all’estero, e lavoriamo già con tantissimi turisti, si accorgono subito della differenza, di ciò che stanno bevendo. E’ inoltre serio il rischio di un “corto circuito”, sta già accadendo ed esiste un precedente, in Spagna con il Cava, che tuttavia è prodotto con metodo classico. Per non parlare poi del Prosecco Garibaldi brasiliano che nulla ha a che vedere con il nostro prodotto, ma che è riuscito a vincere la causa intentata dall’Italia dimostrando di aver utilizzato semplicemente un nome di fantasia».

Cosa chiedete e qual è il vostro progetto?

«Chiediamo – spiega Emanuele Follador – che venga realizzata una promozione sincera, come del resto prevista dal disciplinare di tutela del Consorzio. Che non venga consentito promuovere, ad esempio, il prosecco Doc con immagini delle colline di Valdobbiadene, come spesso avviene. Il Cartizze, da tutto questo, si salva proprio perché ha un altro nome ed è pur sempre un prodotto di vigneto glera. Il progetto è di mettere insieme almeno una ventina di aziende che, impegnando 5mila euro, facciano una promozione comune su una ventina di etichette per poi andare al Vinitaly e presentarsi con il Valdobbiadene Spumante Docg».